IJF15, day three

  • Primo appuntamento della giornata, l’incontro organizzato dal Master in giornalismo dell’Università Cattolica di Milano, “#SanSiroStories: storytelling multimediale di una banlieue milanese“.

Il direttore della scuola Matteo Scanni illustra come il lavoro giornalistico degli studenti abbia incrociato Mapping San Siro, progetto di urbanistica del Politecnico di Milano.

Il progetto (visitabile qui) è costituito da 25 storie inserite in un sito interattivo che unisce audio, video, testi, foto, etc.  Dovendo scegliere dei modelli – spiega Scanni – non abbiamo guardato ai quotidiani italiani, ma a esperienzw come “Vice” che parla come parlano i suoi lettori, al New Journalism che ha introdotto la soggettività nella narrazione giornalistica e al blog “Bondy”, creato nel 2005 dalla testata svizzera Hebdo per raccontare i disordini nelle banlieu parigine.

Francesca Cognetti, Ricerca e coordinamento Politecnico di Milano, sottolinea come raccontare un quartiere come San Siro possa essere un modo per individuare criticità che di fatto riguardano tutta la città di Milano.

Laura Silvia Battaglia, giornalista freelance e coordinatrice del progetto per il master della Cattolica, spiega che i fatti possono essere raccontati con una forma narrativa riuscendo così a stimolare la riflessione del lettore molto più di quanto non facciano le breaking news.

Valerio Bassan, fondatore “Il Mitte” e tutor della scuola, ricorda quanto “Snow Fall” del NYT abbia cambiato il modo di fare storytelling e spiega che un reportage lungo e complesso può essere fatto con un budget vicino allo zero usando strumenti free disponibili online come AesopStoryEngine.

 


  • Secondo incontro su tutt’altri temi: Carola Frediani, co-fondatrice Effecinque, e Francesca Boscoproject officer UNICRI, spiegano ai giornalisti “La criminalità informatica e gli attuali fenomeni criminali tecnologici“.Il racconto dei crimini che riguardano la tecnologia è spesso viziato da un vocabolario errato, dice Francesca Bosco. Spesso i cronisti confondono fenomeni profondamente diversi, che implicano attori e logiche differenti.
    Carola Frediani racconta il tentativo di Anonymous di colpire le infrastrutture online di Isis: sui media internazionali da un giorno all’altro gli hacktivisti di Anonymous sono passati, dall’essere definiti dei pericolosi criminali informatici, a eroi del mondo occidentale.


 

  • I giornali non sono l’unico ambiente in cui le notizie possono esistere e il web non può essere considerato una delle tante rotative che stampa le nostre news, dice Massimo Russo, direttore di Wired Italia, introducendo Jeff Jarvis. I giornali online spesso oggi appaiono come cattedrali barocche, ma se nascessero oggi come dovremmo immaginarli?


Jeff Jarvis
comincia il suo speech chiedendosi cosa ha ucciso giornalismo. Non Google o Facebook, ma l’abbondanza dei contenuti che porta il valore della pubblicità verso zero. Basta trattare il pubblico come se fosse una massa indistinta. Il giornalismo deve tornare a essere un servizio vale a dire  deve risolvere dei problemi dei lettori. Come fa a farlo se però, non conosce quali sono i problemi dei lettori?


Online esistono ora tanti operatori dell’informazione, non è più il tempo dei monopoli, viviamo in ecosistemi. Come possiamo collaborare allora con il pubblico? I giornalisti devono riconsiderare il loro ruolo nella vita, invece di essere stenografi che ribattono i comunicati stampa, devono farsi promotori, sostenitori di  cause, di battaglie, di idee, senza però cadere nel paternalismo. E’ troppo facile dire che è scoppiato un incendio e limitarsi a quello. In questo senso il “Guardian “è un esempio con la sua campagna contro l’utilizzo di combustibili fossili. L’errore è stato spostare online i vecchi modelli di business.

E’ giornalismo quello di un reporter che fa un collegamento televisivo da un luogo dove è avvenuto un fatto dodici ore prima? No, perché il mondo reale non può essere trasformato in un fondale della tv. Un tempo il giornalismo era sostenuto dal mito dei mass media: chiedevamo alle aziende inserzioniste di pagare per tutti i lettori. Ma oggi le aziende pagano solo per i banner visualizzati effettivamente dall’utente. La logica dei clic porterà per forza i gattini sui siti. Dobbiamo concentrarci sul valore, non più sul volume, e questo lo possiamo fare solo se conosciamo il singolo lettore, la comunità alla quale ci rivolgiamo. E questa mentalità ci porta inevitabilmente ad adottare il modello del paywall.

 

 

Ma anche la pubblicità nativa non potrà essere la soluzione, perché porta i giornalisti a rinunciare alla propria libertà. Per meritare il denaro dei lettori dobbiamo allora diventare i migliori, puntare sulla qualità.

Forse una speranza per i giornali arriverà dall’utilizzo intelligente dei dati, vale a dire delle informazioni che gli utenti scelgono di metterci a disposizione e che ci consentono di conoscere chi ci legge e quali sono i problemi, le richieste, le domande della nostra audience. Quest’orizzonte può spaventare il pubblico europeo molto attento ai temi della privacy, ma è l’unico orizzonte possibile.

La metrica della qualità sarà l’unica che conterà davvero, sostituendosi totalmente alle metriche che si focalizzano su clic e volumi.

E’ vero che gli investitori e gli editori vogliono risultati immediati e introiti sicuri perché non hanno pazienza di aspettare i processi a lungo termine, ma dovremmo ricordarci quello che è successo con l’invenzione della stampa di Gutenberg: i veri esiti della rivoluzione portata dai caratteri mobili fu visibile dopo secoli, non nell’immediato. I giornali, per esempio, nacquero 150 dopo.

I giornalisti di tutto il mondo hanno scritto un articolo sulla storia del vestito che alcuni vedevano bianco altri blu: migliaia e migliaia di articoli tutti sullo stesso stupido vestito, solo per avere quella storia nel proprio computo di clic. E’ il modello di business che non va bene: quante energie sprecate? Meglio riconoscere il credito al primo che ha scritto quella storia e passare poi ad altro.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someonePrint this page

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *