Pulitzer 2016, le immagini che valgono più di mille parole

Uno strumento giornalistico 1.0 torna di moda. La 100ma edizione del Premio Pulitzer fa riscoprire la potenza di un formato quello del reportage fotografico, ormai usato sempre con più parsimonia.

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Qualcuno potrà obiettare che mai come in questa epoca siamo bombardati da gallery fotografiche: quelle delle testate giornalistiche che sviluppano tanti articoli con una rassegna di immagini con l’obiettivo di renderli più sexy e di ridurre la quantità di testo, quelle dei brand che ci bombardano di campagne sempre più originali e urlate, ma anche le gallery che auto produciamo sui social network con le nostre foto personali e che condividiamo con friends and followers. Ma la qualità di un reportage che voglia costruire una storia o raccontare un fenomeno solo attraverso il linguaggio figurativo è ben altra cosa rispetto alle fotine che ci riempiono smartphone e giornate.

Il New York Times si è aggiudicato il premio per le breaking news fotografiche con un reportage intensissimo, non solo per il tono delle singole foto, ma anche per il percorso che lo ha prodotto: i fotogiornalisti che hanno scattato le immagini hanno infatti seguito una famiglia di profughi siriani, i Majid, dalla Grecia alla Svezia per 40 giorni.

Il russo Sergey Ponomarev e il brasiliano Mauricio Lima hanno viaggiato con i Majid e come i Majid, usando cioè gli stessi mezzi usati dai siriani in fuga dalla guerra: treno, autobus, barca e soprattutto i piedi. Avvicinare la notizia, immergersi nella notizia, vivere la notizia per fare in modo che diventi parte integrante di te stesso. Un metodo di lavoro che dovrebbe essere l’unico possibile per chi fa il giornalista, ma che i tempi frenetici dell’informazione e i budget sempre più contenuti per gli inviati hanno reso ormai l’eccezione, non la regola.

Ponomarev e Lima hanno vissuto lo stesso esodo di chi scappa e solo così sono stati in grado di rendere tutta la drammaticità di una fuga di cui tanto leggiamo ma che, nonostante le centinaia di migliaia di vittime del Mediterraneo, facciamo ancora fatica a immaginare e capire profondamente. Grazie al loro lavoro però, non potremo più avanzare scuse per girare la testa dall’altra parte e far finta di non sapere.

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