2016 da dimenticare per la stampa: 93 reporter uccisi nel mondo e 412 giornalisti minacciati in Italia

Racco412-minacciati-2016ntare quello che succede è ancora un mestiere rischioso: sono 412 i giornalisti e blogger italiani che nel corso del 2016 hanno subito intimidazioni, minacce e gravi abusi come ritorsione per il loro lavoro.  E se si guarda al resto del mondo la situazione non è migliore: 93 reporter e operatori dei media sono rimati uccisi quest’anno per motivi legati al loro lavoro.


Sono i dati diffusi dall’osservatorio “Ossigeno per l’Informazione” e dall’Ifj, la Federazione Internazionale dei Giornalisti.

Secondo il rapporto di “Ossigeno”, il 15,53% dei giornalisti italiani ha subito aggressioni fisiche, il 32,77% avvertimenti, il 37,62% querele pretestuose e altre azioni giudiziarie strumentali, il 4,61% danneggiamenti, il 9,47% impedimenti all’esercizio dei diritti elencati nell’articolo 21 della Costituzione per i quali i codici non prevedono né la procedibilità né sanzioni.

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Rispetto ai 528 minacciati elencati nel 2015, questo bilancio di Ossigeno contiene 116 nomi in meno, ma ciò non significa che la situazione sia migliorata. Il bilancio annuale – spiega l’osservatorio – dice solo quanti casi Ossigeno è riuscito a verificare e a rendere noti a fronte alla marea dilagante di episodi di cui viene a conoscenza. Inoltre si deve tenere conto che nel 2015 Ossigeno aggiunse alla lista 97 nomi per un singolo episodio: l’esposto-denuncia della Camera Penale di Roma contro i cronisti del processo Mafia Capitale.

“I giornalisti che nel 2016 hanno subito intimidazioni – ha affermato il direttore di Ossigeno, Alberto Spampinato – sono molti più di 412. Finora abbiamo detto: almeno dieci volte di più. Ma ora dobbiamo aumentare questo moltiplicatore, almeno raddoppiarlo, dopo che il ministero della Giustizia, attraverso il nostro Osservatorio, ha reso noto il numero delle querele per
diffamazione a mezzo stampa che ogni anno vengono rigettate dai giudici in fase preliminare: sono 5125 su 5904. Certamente fra queste querele ce n’è qualcuna presentata in buona fede. Ma tutte le altre? Sono intimidazioni per via legale, bavagli
consentiti da una legge ingiusta. Altrettanto intimidatorie sono le 155 condanne al carcere emesse, ogni anno, dai giudici italiani. I nomi di questi querelati pretestuosamente e di questi condannati a pene sproporzionate non sono nella lista di
Ossigeno. Chi vuole dire come stanno le cose, deve aggiungerli”.

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E se si guarda al resto del mondo la situazione è ancora peggiore, perché di giornalismo si può anche morire. Sono stati 93 i reporter e operatori dei media che hanno perso la vita nell’esercizio della propria professione: attacchi mirati, bombardamenti o sparatorie le cause dei decessi.

Il maggior numero di vittime è stato registrato nel mondo arabo e in Medio Oriente (30); seguono l’Asia-Pacifico (28); l’America Latina (24); l’Africa (otto); l’Europa (tre).
I Paesi con il numero più alto di operatori dei media uccisi è l’Iraq (15), seguito da Afghanistan (13), Messico (11), Yemen (8), Guatemala e Siria (6 in ciascuno), India e Pakistan (5 vittime in ciascuno).

Decessi in leggera diminuzione rispetto al 2015 – quando le vittime furono 112 – ma l’Ifj mette in guardia: “Ogni diminuzione di violenza contro i giornalisti e il personale dei media è sempre benvenuto, ma queste statistiche lasciano poco spazio alla consolazione e alla speranza di vedere la fine della crisi di sicurezza nel settore dei media” ha dichiarato il presidente dell’Ifj, il giornalista belga Philippe Leruth, aggiungendo che “non bisogna permettere che questi crimini rimangano impuniti”.

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