Periscope ucciderà il giornalismo?

In media 27mila video al giorno. Sono tanti i mini filmati diffusi su Twitter con l’hashtag #Periscope, l’app che dalla scorsa settimana permette a chiunque di trasmettere video in streaming dal proprio cellulare. Immagine

Neanche a dirlo: utenti impazziti in tutto il mondo per la possibilità di premere un tasto ed essere subito on air, a costo e fatica zero, al centro del palcoscenico mediatico, fosse solo per 15 secondi e non 15 minuti come promesso da Andy Warhol. A mostrare live il proprio cane, il frigo vuoto, il tramonto più bello mai ammirato, il carrello della spesa che si riempie mentre si è al supermercato, la metropolitana che arriva alla banchina. Come da anni Facebook, Twitter, Instagram eccetera ci hanno già mostrato, qualsiasi insignificante dettaglio della nostra vita è degno di essere esibito, trasmesso attraverso le “onde” del web e condotto dall’altra parte del pianeta perché tutti, proprio tutti, ammirino la nostra sconfortante o mirabolante – scegliete voi l’aggettivo – ordinarietà. Nessuna applicazione o sito prima d’ora aveva avvicinato così tanto la semplificazione tecnologica alla condivisione via social e quindi i contenuti al loro potenziale pubblico, abolendo in un lampo ogni intermediazione editoriale.

Ma se la casalinga del Montana armata di smartphone riesce a mostrarmi via Periscope il maxi tamponamento che è avvenuto sotto casa sua in tempo reale, prima ancora che le troupe dei network ufficiali riescano a raggiungere il posto, forse come giornalista sono costretto a rivalutare il contributo della suddetta casalinga nella filiera della notizia. Strumenti come Periscope o il suo rivale Meerkart smettono di essere enciclopedia della vacuità rivolta  a voyeur annoiati e comincia a essere un alleato per coprire la cronaca, i grandi eventi sportivi e musicali, le tragedie naturali come gli attentati, i dirottamenti e ogni altro evento catastrofico. È quanto sperimentato per esempio nel caso dell’esplosione di una palazzina a New York, raccontata dai giornali di tutto il mondo anche grazie ai Periscope dei passanti che hanno impugnato lo smartphone e cominciato a trasmettere quanto accadeva intorno a loro.

Qualcuno allora potrebbe tirare i fatti fino alle estreme conseguenze e arrivare a dire che se la suddetta casalinga riesce a raccontare in tempo reale il racconto del tamponamento, allora dei professionisti dell’informazione non c’è più alcun bisogno: i Citizen Journalists hanno ormai tutti gli strumenti per essere autosufficienti e mandare in pensione le redazioni.

Ma è davvero così? Davanti a questa domanda piuttosto angosciante per chi lavora nel mondo delle news, non può allora che tornare alla mente il celebre report Post Industrial Journalism: Adapting to the Present pubblicato nel novembre 2012 dalla Columbia Journalism School sullo stato del giornalismo e dell’editoria, a firma di Chris Anderson (ex-giornalista e già direttore di Wired Us), Emily Bell (direttore del Tow Center for Digital Journalism alla Scuola di Giornalismo della Columbia e per vent’anni nella redazione del Guardian) e Clay Shirky (professore alla New York University e autore di Surplus cognitivo).

L’avvento di uno strumento come Periscope va collocato entro lo scenario invocato dai tre super esperti di media: “Il giornalista non deve essere sostituito, ma ricollocato, spostato più in alto nella catena editoriale dalla produzione di osservazioni iniziali ad un ruolo che enfatizza la verifica e l’interpretazione, portando senso ai flussi di testo, audio, foto e video prodotti da parte del pubblico”.

Insomma il bombardamento di live streaming casalinghi non ucciderà la categoria, ma la costringerà ad abbandonare la pro­du­zione ini­ziale di testi, audio, foto e video ormai coperta benissimo dal pubblico e a concentrarsi sulla validazione della loro attendibilità e sulla conseguente costruzione di senso.

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2 risposte a “Periscope ucciderà il giornalismo?

  1. la stampa si è venduta ed è di parte in modo smaccatamente evidente.Le persone intelligenti lo hanno capito e vogliono l’informazione pulia ed esente da opinionismi di convenienza.
    I giornali sopravviveranno solo se riusciranno a fare informazione non asservita alla politica…ma temo che sia solo una illusione vedere le varie testate rinunciare a questo acompagnamento ,per cui credo che nel tempo (e non ci vorrà molto)saranno soppiantate dalla libera informazione o forse da mille correnti diverse. comunque meglio mille correnti che quelle istituzionalizzate di stato che dicono ai cittadini quello che devono pensare .

  2. è solo il “nuovo che avanza”. Viviamo in un periodo storico dove le nuove tecnologie vengono impiegate per dare voce al popolo, senza il controllo e la veicolazione dell’informazione da enti terzi. Il giornalismo sopravviverà solo grazie alla qualità dei suoi giornalisti

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